Le Soste e i nuovi media

 

Siamo in una situazione paradossale nel rapporto con il digitale da parte della ristorazione italiana. Siti di ristoranti che non accettano prenotazioni online mentre lo stesso ristoratore vive, a volte e molto spesso, ogni ora sui social a postare, a volte i piatti, altre volte recensioni positive dei clienti ecc… Ritengo che sia necessario conoscere le potenzialità degli strumenti digitali in tutte le loro funzioni, a cominciare da quella più utile, ovvero la possibilità di prenotare online ricevendo risposta. Oggi il cliente vuole un servizio prima ancora del piacere di una buona cena e giudica a partire da questo.

Luigi Franchi, sala&cucina

 

 

Ogni cosa, azione e persona, non solo le medaglie e la luna, hanno un secondo lato, nascosto o palese che sia, buono o cattivo. Compito di tutti dovrebbe essere quello di esaltare il meglio e ridurre il più possibile il peggio. Se al ristorante o per strada i cani abbaiano, se i bambini urlano e danno fastidio, bisognerebbe sgridare padroni e genitori perché non li hanno educati. Così per i social in rapporto alla ristorazione. Il problema è eternamente lo stesso: che uso se ne fa, cosa vi si scrive. Internet, chat, blog, siti sono solo mezzi e come tali possono essere usati usando la testa con serenità e competenza oppure con rabbia e ignoranza. Usati bene sono una manna. Un esempio per tutti: le piattaforme di prenotazioni stanno aiutando i ristoratori anche nel mettere attenzione a chi prenota come un tempo si faceva con chi telefonava. Solo che chi usava il telefono al massimo condivideva una delusione con gli amici, oggi con il web con tutti. Bisogna essere al passo con i tempi e ricordarsi che il mezzo in sé non fa danni.

Paolo Marchi, Identità Golose

 

 

Chi sa fa, chi non sa insegna, ammonisce il proverbio. Traslato in cucina nei giorni nostri: “Chi sa cucina, chi non sa racconta”. Bene fanno i cuochi a mostrarsi in tv e a raccontarsi sui social con le immagini accattivanti dei loro piatti. È giusto far crescere la consapevolezza sul valore del lavoro di chef, ma attenzione a non esaltare troppo l’immagine perché qualunque scalda pentole potrebbe avere foto più belle e pagare ghostwriter più abili. Quando la narrazione travalica il prodotto e il mestiere, tutto diventa finto. A tavola l’arte la vogliamo invece nei sapori che sanno lasciarci memoria. Chi cucina mette le “mani in pasta” in un mondo in cui troppo è virtuale, perfino il sesso e la finanza. Non lasciamo che la comunicazione frulli tutto assieme: forma e sostanza.

Carlo Ottaviano, Il Messaggero

 

 

Ormai anche i ristoranti e i cuochi più “antichi” sono presenti sui social media, specialmente su Instagram che, con le immagini, racconta meglio il lavoro della cucina. Io credo però che tutto questo sia autoreferenziale e arrivi solamente a un pubblico ristretto, quello formato da colleghi cuochi, amici, gourmet, giornalisti. La stragrande maggioranza del pubblico si fa ammaliare dalla fama e dal successo, ma non va al cuore. Segue il cuoco perché è mediatico, però è poco interessato alle sue idee e raramente poi lo va a trovare al ristorante. Le Soste c’erano prima e ci saranno dopo i social media. Giusto utilizzarli, comunicare, ma sapendo che, per Le Soste, la socialità che fa la differenza è quella dell’accoglienza, della parola, del piatto, dell’umanità.  Quella faccia a faccia.

Roberto Perrone, giornalista e scrittore

 

 

È un mondo che cambia di continuo il nostro, fatto di generazioni che convivono avendo vissuto epoche distanti meno di mezzo secolo, nel corso del quale sul fronte della comunicazione è accaduto di tutto. Ricordo un‘infanzia con il telefono che trovavo dentro casa o in luoghi come le cabine ormai sparite, per ritrovarmi a vent‘anni stupefatto a parlare in mezzo alla strada con un apparecchio pesante un chilogrammo. Ora tutto si muove intorno a oggetti multimediali, con una potenza di calcolo inimmaginabile. Volendo saremmo in grado di girare un film da uno smartphone, così ci può capitare di incontrare un cuoco e raccontare un suo piatto in diretta a migliaia di persone da un social media come Facebook, oppure immortalarne le gesta con una story su Instagram. 
È il tempo la nuova sfida che ci troviamo ad affrontare, stare al suo passo senza perderci, per non perdere di vista ciò che evolve più in fretta di noi.

Marco Colognese, critico enogastronomico

 

 

Molto Twitter, soprattutto moltissimo Instagram, provando a prendere in mano la narrazione delle proprie cucine. Dopo aver subito i social per anni, con la sensazione a volte di essere prigionieri dei commenti su TripAdvisor e del food-porn dilagante da Facebook a Pinterest, i ristoratori d’eccellenza stanno scoprendo un protagonismo nuovo nel raccontarsi, investendo tempo, energie fisiche e mentali sulle piattaforme sociali.  Offrire una storia personale della passione, dell’identità e della tecnica che stanno dietro un piatto mi pare un passaggio irrinunciabile in un mondo che vive di comunicazione bidirezionale. Benissimo dunque, ma attenti a non dimenticare – troppi sono indietro – l’importanza di siti autenticamente “mobile”. Perché non essere mobile è come non essere.

Eleonora Cozzella,  La Repubblica

 

 

Non più il cretino o forse si, quello in fatto di prevalenza non lo batterà mai nessuno. Ma a proposito di cibo e ristorazione, è indubbio che attualmente, grazie (grazie?) all’invenzione ed all’imperversare dell’web, è il bello a prevalere sul buono. L’estetica batte la sostanza alla grande, con punteggio tennistico, non più con il minimo scarto come già intuirono gli inventori ed i seguaci della nouvelle cuisine. Quelli erano fior di professionisti sprovvisti degli strumenti attualmente disponibili ad una marea di dilettanti in grado di navigare perfettamente  in rete ma non di distinguere un astice da un’aragosta (non al gusto s’intende, non si può pretendere troppo, ma nemmeno nell’estetica!) o di postare in tempo reale ignorando che il “reale” è anche un taglio anatomico del bovino, E per la sostanza? Ecco Le Soste, che per fortuna si fanno a tavola, davanti a piatti che certo si guardano, magari si fotografano pure (senza perdere troppo tempo se no va a farsi benedire la temperatura…) ma soprattutto si annusano e si mangiano. Vivaddio si mangiano.

 

Elio Ghisalberti, giornalista freelance

 

 

Perché è importante raccontare il cibo? Questa domanda si sente ripetere continuamente oggi che la cucina e gli chef sono ovunque sui media. La risposta è tutt’altro che banale. Parlare di ristoranti, trend e culture gastronomiche andando al di là di mode, stereotipi e piaggeria è un atto sociale e politico. Che lo si faccia sulla stampa, online o attraverso i social network la portata è la medesima. Per capire quanto può essere forte la responsabilità dei food writer o di quelli che chiamiamo influencer basti pensare al critico del “Los Angeles Times” Jonathan Gold, scomparso lo scorso anno, primo food writer a conquistare il Pulitzer, che attraverso le colonne del quotidiano americano ha narrato e fatto conoscere (e partecipanto a sdoganare e nobilitare) quel melting pot di costumi internazionali che stavano e stanno ancora oggi dietro le storie e le specialità, ad esempio, dei food truck latinoamericani o di qualche piccolo ristorante asiatico di periferia. “Scrivendo cerco di convincere le persone a non avere paura dei propri vicini”, diceva. Due decenni prima che le persone considerassero in maniera seria le cucine etniche fece sì che ricette e locali potessero raccontare le persone e avvicinarle, dimostrando così come il cibo sia una delle più precise e potenti chiavi di lettura non solo culturali del mondo che ci circonda. 

Gabriele Principato, giornalista Corriere della Sera 

 

 

Dove si apparecchia il cellulare a tavola? A destra o sinistra del piatto? C’è poco da ridere, perché questo strumento oramai fa parte della nostra dieta. Il cibo lo si mangia, ma prima lo si fotografa, i ristoranti lo disegnano apposta per essere “Instagram-friendly” e molti dei piatti che mangiamo (dai poke a 10€ alle creazioni degli chef stellati) vengono pensati a servizio dell’obiettivo, più che del gusto. Si è sempre mangiato prima con gli occhi,  ma la novità è che siamo passati da fiumi di boriosi aggettivi per descrivere un sapore, alla superficialità di un singolo scatto, chiamato ironicamente a sua discolpa, storytelling. “Parlare di musica è come ballare di architettura” diceva Frank Zappa. Non condivido, parlare di cibo è parlare di cultura e di società – basta che si abbia qualcosa da dire.

Margo Schachter, 
giornalista freelance

 

 

Mi succede da anni: quando so che un ristorante aderisce a 
Le Soste, tiro un sospiro di sollievo, 
mi sento rassicurato, direi garantito. 
So di entrare in una struttura in cui qualità, talento e passione sono la regola, dove l’improvvisazione non trova spazio e l’approssimazione è sempre bandita. Perciò, sia questa guida sia l’insegna preziosa posta accanto all’ingresso di tanti luoghi di piacere (così mi piace definire i ristoranti de Le Soste), sono autentiche icone di cultura, di aggiornamento e di emozione. Un sodalizio, questo, che nasce su basi ben solide e chiare: qualità ed eccellenza sono valori assoluti e, lontani da retorica e mode, sanciscono quello che è, per me e altri che la vedono come me, un approdo sicuro. Ovvero, l’oggetto del desiderio…

Alberto P. Schieppati,  Bartù